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GIORGIO BENEDETTI, LE ICONE, IL CROCEFISSO PER LA NOSTRA CHIESA

Alla processione della domenica delle Palme porteremo un nuovo crocefisso, opera del nostro parrocchiano iconografo Giorgio Benedetti. Non vogliamo togliervi il gusto della sorpresa, e quindi in questo numero non troverete una foto di quest’opera, ma, per consentirvi di apprezzarla meglio, la presentiamo con un’intervista all’autore.

(n.d.r. il 29/3/2012, Domenica delle Palme, è stata inaugurato in chiesa il nuovo crocefisso: anche se rendono solo in minima parte la sua bellezza, ecco le foto)

Quando è cominciata la sua passione per la pittura?

Giorgio Benedetti nel suo studio
Giorgio Benedetti nel suo studio

Ho iniziato circa trent’anni fa. Inizialmente mi divertivo a fare dei quadri a olio, ma avevo degli altri hobby: mi piaceva lavorare il legno, mi divertivo a fare le dorature… e ho  scoperto che l’iconografia comprende tutte queste tecniche.

Come ha scoperto le icone?

All’inizio ho cominciato da autodidatta, poi mi sono iscritto alla scuola di San Luca, con il maestro Giovanni Mezzalira.  Sono passati più di vent’anni… Per realizzare un’icona ci sono diverse fasi: la gessatura, il bolo, la doratura, la pittura; io di regola le faccio tutte, mentre molti iconografi pensano quasi esclusivamente alla pittura.

Dipingere un’icona non è come dipingere un quadro: è un percorso di riflessione, di preghiera. Per lei come si concretizza?

Io studio il soggetto, lo guardo, lo contemplo, sto delle ore prima di cominciare. È un lavoro che si fa con l’anima, prima che con le mani. Io curo ogni dettaglio, tutto deve essere armonioso.

Ho letto che gli iconografi non firmano le loro opere. La tradizione ortodossa dice che è Dio stesso a dipingere con le mani dell’iconografo … Un bell’impegno!

Io non le firmo mai. Molti mi chiedono di mettere un segno. Ma una persona deve essere umile nel fare un’icona. Un’icona deve trasmettere un messaggio. Nelle icone c’è la parola di Dio fatta immagine, racconta la vita di Cristo, dei santi.

Come è nata l’idea del crocefisso per la chiesa?

Ho osservato che nella nostra chiesa c’è un crocefisso stilizzato, poco visibile da lontano. Ne ho parlato con padre Roberto, che mi ha incoraggiato. Così gli ho detto: “Se trovo un crocefisso bello, che mi piace, lo faccio”. Poi però mi sono imbattuto in un problema: di solito un crocefisso è appeso a una parete ed è dipinto su un solo lato, ma per la nostra chiesa serviva un crocefisso vicino all’altare e per le processioni. Così ho deciso di realizzare un crocefisso dipinto su ambedue i lati. Anche perché altrimenti il sacerdote guarderebbe un pezzo di legno. Un lavoro doppio, molto impegnativo.

Per quanto ci ha lavorato?

Ci ho lavorato per quasi due anni: non continuativi, d’estate ad esempio non si può dipingere, perché si suda.

Ce lo può descrivere?

La parte dietro è uguale alla parte davanti. Entrambe sono basate su un’opera del lucchese Berlinghiero Berlinghieri, del 1200. È una tavola composta da più pezzi, inseriti in modo da resistere nel tempo alle torsioni, uniti in modo da apparire un solo pezzo. La dimensione è 80x53 cm, più ridotta rispetto all’opera di Berlinghieri, che è alta circa due metri.

Com’è cominciato il lavoro?

Per preparare questo crocefisso sono partito dalla tavola, che diversamente da altre volte, non ho fatto io, ma un falegname che fa solo tavole per icone. In quel periodo avevo molto dolore alle mani, e così ho lasciato a lui anche la gessatura della tavola, che ho sempre eseguito in prima persona. Non lo farò più! Ho fatto una grande fatica per incidere il gesso, perché era molto più duro rispetto a quello che di solito preparo io.

Giorgio Benedetti nel suo studio
  Una delle prime icone dipinte da Giorgio Benedetti, oltre vent’anni fa

Perché, oltre a dipingere, bisogna anche incidere?

L’incisione va eseguita perché dove c’è l’oro non si può dipingere. Ma cominciamo dall’inizio: sopra il gesso bisogna fare il disegno; prima si fa a matita, come mi ha visto fare al mio tavolo di lavoro (vedi foto sulla destra). Terminato il disegno, si ripassano con estrema cura tutte le linee della grafia (così si chiama il disegno) a pennello con il colore nero. Il passo successivo è la schermatura delle parti da dipingere, poiché il colore non aderisce sopra l’oro: se l’oro deborda anche solo di un millimetro sulla parte destinata alla pittura bisogna toglierlo, con il bisturi o con la carta vetrata.

Come si “schermano” le figure?

Per schermare la parte che dovrà essere dipinta io uso una tecnica personale, ritaglio con il bisturi della carta patinata che incollo sul bordo dell’incisione e controllo con la massima attenzione, con la lente, che non rimanga qualche traccia di nastro adesivo trasparente sulla parte da dorare.

E poi si passa alla doratura?

No, prima si copre il gesso con il bolo, che è una terra rossa d’Armenia diluita con colla e acqua tiepida, da stendere sul gesso nella parte destinata alla doratura. Dopo aver steso per due volte il bolo lo si lascia seccare una notte. Fatto questo sopra il bolo applico la foglia d’oro (24 carati), bagnando il bolo con acqua tiepida. La doratura può essere eseguita in due modi diversi: a bolo o “a missione”. Io preferisco quella a bolo, anche se più laboriosa e impegnativa, perché dà un risultato migliore sia  come resistenza nel tempo che come lucentezza. La doratura a bolo si può lucidare il giorno successivo con la pietra d’agata, mentre quella a missione deve essere subito protetta da una vernice, altrimenti facilmente si può rovinare. La foglia d’oro è sottilissima, si può sollevare solo con un apposito pennello, che si elettrizza strofinandolo sulla guancia o sui capelli e si appoggia sulla parte bagnata del bolo. A questo punto si toglie la schermatura e si comincia a dipingere con i colori, che devono essere obbligatoriamente naturali.

Che colori si usano per dipingere?

I colori sono terre o minerali finemente macinati. Alcuni colori per esempio sono il cinabro per il rosso, la malachite per il verde, il lapislazzulo o l’azzurrite per l’azzurro, usata in abbondanza da Giotto nella cappella degli Scrovegni. Miscelando questi colori se ne ottengono altri. I colori si diluiscono con un’emulsione preparata con rosso d’uovo e vino bianco. Non si usano prodotti chimici. Poi si passa il pennello: sono tutte velature che non sono coprenti. Per arrivare al risultato finale si possono sovrapporre moltissime velature. Se si sbaglia non si può coprire, ma bisogna grattare il colore con il bisturi; a me capita raramente, preferisco fare delle prove per non sbagliare, buttando via giornate di lavoro.

E questi colori durano così a lungo?

Alla fine si dà una vernice chiamata olifa, a base di olio di lino cotto in sali di cobalto, che contribuisce a farli essiccare. Il tutto penetra nei pori e rende resistente l’opera nei secoli.

Ha visto altri crocefissi a due facce?

Ne ho visti alcuni. Sono crocefissi da processione. A Padova abbiamo un crocefisso di Giotto, al Museo Civico.

Pur essendo un’opera del 1200, c’è uno sforzo di mostrare i muscoli, le dita …

Certo, guardi anche le dita dei piedi, anche quelli di San Giovanni. Ai piedi di Gesù ci sono San Giovanni e la Madonna. Sopra, il Cristo Pantocratore che benedice e mostra il Vangelo, tra due angeli. Ecco, questo è il frutto di due anni di lavoro.

E noi lo terremo in mostra per mille anni, ad arricchire la nostra chiesa: abbiamo in evidenza il Risorto, ma alla Resurrezione si arriva passando per la Croce.

(intervista a cura di Mauro Feltini)

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