
“Quante volte devo perdonare?”.
La domanda che Pietro rivolge a Gesù va compresa collocandola nel contesto della religione ebraica di quel tempo.
Il popolo di Israele aveva fatto ripetutamente esperienza del perdono di Dio per le sue infedeltà al patto di alleanza. Aveva anche capito che, come Dio perdona, così anche noi dobbiamo perdonare a chi ci offende o ci fa del male.
Ne abbiamo un esempio nel brano ascoltato nella prima lettura. L’autore, ben Sira, è del 190-180 a.Cr., dunque meno di due secoli prima della nascita di Gesù. Il suo libro è una raccolta di testi sapienziali che trovano ispirazione nella legge religiosa di Mosè, la Torah.
Abbiamo letto: “Perdona l’offesa al tuo prossimo”, così Dio ascolterà quando lo pregherai. Se uno non ha misericordia del suo simile, come può pretendere di invocare e ottenere la misericordia di Dio?
In realtà, la prassi era diversa. A chi riceveva un sorto era riconosciuto il diritto di ricambiare il male o il torto subìto. Per porre un limite a questa pratica di vendicarsi del male ricevuto, era stata formulata la “legge del taglione”: occhio per occhio… Cioè: tu puoi ripagare un male subìto facendo all’altro un male uguale o proporzionato, non superiore.
Evidentemente riuscire a perdonare è sempre stato un problema. Ecco la domanda di Pietro, che per apparire generoso offre la possibilità di perdonare non solo una volta, ma addirittura sette. Gli sembra già questa un’esagerazione (alcune scuole rabbiniche del tempo arrivavano a suggerire che si dovesse perdonare fino a quattro volte).
Ma chi esagera è Gesù che chiede: settanta volte sette.
Nella simbologia ebraica il 7 è il numero della perfezione e della completezza (come i 7 giorni della creazione). Settanta è la perfezione moltiplicata. Gesù intende dire: perdonare sempre!
E per rinforzare questa esigente richiesta, racconta la parabola “del servo spietato”, dove Gesù esagera ancor di più.
Racconta infatti che il servo chiamato a rendere conto al padrone aveva con lui un debito di 10mila talenti.
Il talento era un’unità di misura del peso in uso presso molti popoli antichi: a Babilonia, in Grecia, in Palestina, a Roma. Si usava in genere per indicare il peso dell’oro e dell’argento. Infatti si specificava: un talento d’oro, un talento d’argento. Corrispondeva in Greciaa 26 kg, 32 per i romani, addirittura 58 kg per i babilonesi.
Diecimila talenti, anche fossero solo d’argento, era una quantità smisurata, e quindi quell’amministratore doveva al suo padrone un debito esorbitante: 300-500 tonnellate di argento o d’oro! Inimmaginabile riuscire ad accumulare un debito così gigantesco. E ancor peggio riuscire a ripagarlo.
Gesù è esagerato! Usa un linguaggio paradossale e iperbolico.
La somma invece che il secondo servo doveva al suo compagno era molto più ragionevole: 100 denari. Il denaro era lo stipendio di un giorno lavorativo di un operaio. Quindi il debito era di tre mensilità: questo sì sarebbe possibile ripagarlo.
Gesù contrappone l’enorme generosità del padrone che condona l’ingente debito al suo amministratore, alla meschinità e spietatezza di questo verso il suo compagno. Che tra l’altro gli rivolge la sua preghiera usando le stesse parole con cui lui aveva implorato il padrone: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone aveva avuto compassione di lui, lui per molto meno non ne ha con il suo compagno. Per questo si attira infine il rimprovero e il castigo del padrone, che lo chiama “malvagio”.
Matteo chiude l’episodio con l’insegnamento conclusivo: “Così il Padre mio farà anche con voi se non perdonerete di cuore al vostro fratello”.
Considerando che davanti a Dio siamo sempre debitori, chiediamo allo Spirito Santo la grazia di imparare a perdonare.